Paolo G. Bianchi*
“Vi è nell’uomo un duplice potere attivo: l’uno che
agisce invisibilmente, o potere vitale, e l’altro che agisce
visibilmente o forza meccanica. Il corpo visibile ha le sue forze
naturali, e il corpo invisibile ha le sue forze naturali egualmente; i
rimedi di tutte le malattie o lesioni che possono colpire la forma
visibile sono contenuti nel corpo invisibile”. (Paracelso)
“I Moisti con le loro tecniche di accarezzare il Tetto (massaggio
della testa per l’equilibrio psichico) e toccare il Tallone aiutano a
salvare l’umanità” (Mencio)
Un po’ di storia
La riflessologia è un’arte molto antica. I primi segni della sua
presenza più vicini alla nostra Europa sono visibili in alcuni
geroglifici antichi di 5000 anni a Sakkara, in Egitto, nella tomba di
Akmahor: le immagini mostrano un medico intento a comprimere alcune
parti del corpo del suo paziente quali le mani e soprattutto i piedi.
Interessante la traduzione del geroglifico che dice: “Non farmi male” e
la risposta è “Agirò in modo da meritare la tua lode”.
Anche l’Italia di 4000 anni fa conosceva la riflessologia: in
Valcamonica tra i vari graffiti rupestri in uno è rappresentato il
disegno di un piede con all’interno un feto umano.
Gli indiani Cherokeee, a quanto pare, utilizzavano la riflessologia
in molti riti sacri sciamanici senza distinzione tra sani e malati.
La storia della riflessologia è però molto più antica: se ne parla
nei Veda indiani e soprattutto nei testi di medicina tradizionale
cinese.
Proprio a questi ultimi si rifanno molte scuole di riflessologia
moderne, tramandando gli insegnamenti dei maestri e adattandoli sempre
più alle esigenze dei nuovi utilizzatori, sicuramente ben diverse da
quelle di 5000 anni fa.
Stando agli svariati testi e alle differenti scuole sembra si possa
concordare che i primi scritti di dell’efficacia della riflessologia
risalgano a Pu Zhougan, vissuto in Cina circa 2200 anni fa durante la
dinastia Zhou: molti furono gli studi condotti con successo che
determinarono la validità di questa pratica.
Affinché la riflessologia arrivi in Occidente deve passare ancora
molto tempo prima che gli studiosi si accorgano dei grandi benefici che
può portare, incluso l’aspetto terapeutico.
Nel 1834 il ricercatore svedese Pehr Henrick Link si accorse di un
collegamento tra i dolori e alcune patologie di alcuni organi e precise
zone cutanee posizionate sulla pianta e sulle parti dorsali dei piedi.
Negli anni successivi studi, soprattutto a scopo anestetico, furono
portati avanti dal neurologo inglese Henry Head. Negli anni venti la
pratica riflessologica interessò diversi studiosi e le sue applicazioni
vennero elaborate in diversificati campi oltre a quello medico. Tra
questi quello psicanalitico dell’allievo di Sigmud Freud, William Reich
anche se l’utilizzo principale rimase per molti anni soprattutto
nell’ambito anestetico. Fu William Fitzgerlad, un medico di Boston, a
farne una parte attiva della pratica quotidiana sui suoi pazienti.
Sulla base di questi studi anche l’odontoiatria venne coinvolta
grazie a Edwin F. Bowers che affinò ulteriormente i principi già
catalogati da Fitzgerald. Il metodo, diffuso negli ambienti medici e nei
vari ambiti venne definito “terapia zonale”: la pressione prima
effettuata solo ed esclusivamente con le dita venne in seguito
effettuata anche con piccoli strumenti di metallo, legno d’ulivo,
acciaio. Il corpo venne diviso in dieci zone attraverso le quali, dagli
alluci fino alla testa, scorreva l’energia.
Sempre negli anni 20 le teorie e le sperimentazioni presero forma in
alcuni scritti tra i quali spiccano quelli della terapeuta americana
Eunice Ingham dal titolo “Le storie che i piedi potrebbero raccontare” e
“Storie raccontate dai piedi”. Si può affermare che da questo punto
quando si parla di riflessologia ci si riferisce soprattutto ai piedi e
relative zone riflesse, soprattutto plantari, escludendo tutto il resto
del corpo.
In Italia il Prof. Giuseppe Calligaris, neurologo e docente presso
l’Università di Roma e il Dott. Nicola Gentile produssero svariati studi
sull’argomento che vennero molto osteggiati per l’eccesso di
innovazione della loro proposta olistica e, soprattutto, per la scarsità
di dati scientifici che era in loro possesso.
Da allora, è stata l’introduzione in Occidente di numerose pratiche e
filosofie orientali che ha favorito l’apporto della riflessologia alle
tecniche e alle conoscenze già presenti.
Purtroppo, nonostante la riflessologia sia molto antica, e
altrettanto lo siano le diversificate scuole di provenienza soprattutto
cinese che la insegnano, ancora oggi pochi la conoscono veramente o
l’hanno sperimentata in modo serio almeno una volta nella vita.
I principi base: la filosofia taoista
Conoscere la natura che circonda l’uomo, l’ambiente in cui vive e gli
influssi che riceve dallo spazio circostante è un principio base della
filosofia taoista. Immerso in questa condizione l’uomo altro non è che
un microcosmo, uno specchio fedele dell’universo stesso. Possiamo quindi
dire che l’uomo riceve energia da questo universo e contemporaneamente
dà, di rimando, energia. Lo scambio è continuo e in continua evoluzione e
mutamento. All’interno di questo sistema sappiamo che, secondo la
tradizione, tutte le forze che regolano lo scambio di energia sono due:
yin e yang. A esse si ricollegano tutti i classici contrapposti:
attivo-passivo, maschio-femmina, sola-luna, giorno-notte, caldo-freddo,
secco-umido…
L’uomo, la natura e l’universo non vengono considerati come realtà
distinte, ma come una unità in continua evoluzione: “tutto scorre” e
così come l’uomo e l’universo sono energia, le forze che muovono tutta
la natura muovono anche gli esseri umani che ne fanno parte in un
processo di interazione continua e continuo movimento e cambiamento.
Nello stesso modo, all’interno del corpo umano avviene un processo
similare: ogni singola cellula è chiamata a partecipare alle evoluzioni
di tutto il sistema che compone l’organismo umano e la sua struttura. È
per questa ragione che l’antica medicina orientale ritiene possibile
relazionare una parte al tutto e così instaurare “interscambi
energetici” tra un punto della mano, della schiena, del viso o del piede
e un organo o un viscere.
Il presupposto della riflessologia è proprio questo: mettere in
relazione punti ben precisi e organi e visceri. Allora i piedi, il viso,
la schiena, le mani diventano mappe in miniatura di tutto l’organismo
umano e, se andremo ad agire su questi punti riflessi, avvieremo un
processo di graduale riequilibrio energetico risanando e, secondo molte
scuole, anche guarendo disturbi e malattie basandosi sul semplice
presupposto che per gli orientali la malattia altro non è che uno
scompenso o uno squilibrio energetico. Ma non solo.
Non solo punti e organi, ma emozioni
Tutte le nostre esperienze umane sono fatte di emozioni: gioia,
paura, rabbia, riflessione, tristezza si alternano in noi aiutandoci a
comprendere chi siamo, orientando le nostre scelte e misurando il nostro
stato benessere.
In questo processo diventa fondamentale il sapere gestire,
controllare, reprimere o vivere intensamente queste emozioni. A ogni
azione, spontanea o voluta, conscia o inconscia corrisponderà una serie
di re-azioni a catena che potranno caratterizzare tutto il nostro
futuro.
Ogni singola emozione che noi viviamo e il modo in cui sceglieremo di
viverla racchiude in sé le nostre necessità più profonde. Dare o
ricevere amore, sentirci considerati e accettati, comprendere o essere
compresi, avere bisogno di solitudine, riflessione o di relazionarci
solo alcuni esempi di ciò che ognuno di noi vive in diversi modi durante
ogni singolo attimo della giornata.
Tutti i sentimenti che proviamo vengono sempre espressi attraverso le
nostre emozioni le quali sono rese manifeste, in buona parte, con la
scelta del linguaggio, il tono della voce, le nostre posture corporee.
Questi sono tutti strumenti che ci aiutano a comprendere l’altro che ci
sta di fronte e a leggere il suo stato emozionale, ma sono anche utili
per raggiungere consapevolezza e coerenza in relazione a noi stessi e
quello che proviamo nelle varie situazioni.
La filosofia Taoista ritiene che alla base di ogni malattia, disagio o
scompenso psico-fisico vi sia una “cattiva gestione delle nostre
emozioni”.
Qui si identificano cinque emozioni primarie: tristezza, gioia, rabbia, riflessione, paura.
A sua volta ognuna di queste emozioni è collegata a un organo, un gruppo di organi o un viscere:
tristezza: polmoni e grande intestino,
gioia: cuore e piccolo intestino,
rabbia: fegato e vescica biliare,
riflessione: milza, pancreas, stomaco
paura: reni e vescica
Il principio generale è quello che ogni emozione è salutare purché
sia in perfetto bilanciamento e contrapposizione con le altre. Non
esiste un’emozione “positiva” o “negativa” perché tutte ci aiutano a
vivere, a crescere sia a livello fisico che mentale.
Il problema nasce quando queste emozioni per varie ragioni o
necessità vengono “bloccate”. Un classico esempio è quando da bambini ci
insegnano a trattenere le lacrime in pubblico o a non mostrare paura in
varie situazioni come lo stare al buio o in luoghi chiusi. Un altro
esempio di “blocco” delle emozioni è quando da adulti rimandiamo
continuamente una discussione importante o un chiarimento con una
persona, oppure viviamo continuamente sotto stress e tensione una
situazione di lavoro o familiare.
Secondo la filosofia Taoista, trattenere un’emozione significa
impedire quel naturale fluire dell’energia verso l’esterno e impedire il
ricarico energetico verso l’interno. I risultati di questo meccanismo
diventano evidenti alla fine sul corpo stesso della persona in quanto
l’alterazione energetica prima sfocia in malessere, poi in disagio
psicologico e interiore, poi può diventare patologia vera e propria.
Ecco quindi l’importanza dell’aiuto che la riflessologia può dare
alle persone sia in fase di prevenzione che di sostegno alla guarigione.
La stimolazione dei punti: dove e quando
Viste le premessa appena esposte conviene approfondire il ruolo della riflessologia.
Secondo i riflessologi con la stimolazione di determinati punti
“riflessi” sparsi su tutto il corpo è possibile riattivare le energie
precedentemente “bloccate” e avviare un normale processo di guarigione.
Poiché nessuno ai nostri giorni è immune da tensioni e stress la
riflessologia può già intervenire nella fase preventiva soprattutto se
utilizzata in forma continuativa.
Questo processo potrebbe essere definito un processo educativo a cui sottoporre il nostro universo corporeo.
Per questa ragione mi sento di affermare che la riflessologia non
cura nessuna patologia in modo diretto, non è una terapia, non fa
diagnosi cliniche di alcun genere, ma serve a riarmonizzare e
riequilibrare energie stimolando un naturale processo di trasformazione,
di crescita della propria consapevolezza.
In questo processo pedagogico gioca un ruolo fondamentale il dialogo
tra l’operatore e il suo assistito: è uno scambio importante in quanto
ogni energia “bloccata” ha bisogno di un suo naturale fluire per cui la
pressione posta sul punto equivale alla riattivazione, all’apertura di
un “interruttore”. Ma per farlo l’energia ha bisogno di un piano di
lavoro complesso continuativo e di molta disponibilità da parte
dell’assistito. Molte scuole definiscono questo processo come un momento
educativo in cui ogni parte sana si prende cura di quella malata.
Il mondo in cui viviamo, al contrario, è basato soprattutto sul
razionalismo e sulla verifica di dati tangibili: uscire da questo schema
è difficile perché ci si deve basare su costrutti non sempre
verificabili, misurabili, comprensibili sul piano umano: molte di queste
teorie, come buona parte delle applicazioni delle medicine orientali
hanno difficoltà ad essere riconosciute in ambito strettamente
scientifico, anche se qualcosa si sta muovendo.
Gli aspetti da considerare sono troppi e, spesso, chi si rivolge a
operatori del mondo “olistico” è poco interessato alla scientificità di
ciò che pratica, ma è fuori dubbio che la riflessologia produca nel
corpo endorfine lasciando in chi la riceve un forte di stato di
rilassamento e di quiete interiore che può durare anche diversi giorni.
È pur vero che il neurologo inglese Henry Head, ha ipotizzato il
fatto che esista un collegamento nervoso tra gli organi interni e alcune
porzioni della cute. La sua teoria si basa sul presupposto che ogni
fibra afferente appartenente alla cellula a T di un ganglio radicolare
entri nel midollo spinale attraverso una radice posteriore
corrispondente a uno spazio di innervazione: il metamero. Sempre nella
sua teoria Head sostiene che a ogni metamero esiste un referente
cutaneo: il dermatomero. Quindi quando l’organo si ammala lo segnala in
una zona ben precisa su una o più parti del corpo. Questa parte viene
definita “zona riflessa”. La riflessologia diviene quindi per Head un
massaggio connettivale che ha lo scopo di stimolare attraverso la zona
riflessa direttamente l’organo interessato
Per i riflessologi di tutte le scuole il piede sembra essere il
miglior campo di azione, che dice chiaramente chi siamo, come viviamo,
quale visione abbiamo della vita e di noi stessi, come ci rapportiamo ai
problemi e ai momenti felici.
Ma pochi sanno che quando parliamo di riflessologia non parliamo solo di piedi.
Non solo piedi
Infatti sia i punti riflessi sia la relazione organo-emozione di cui
ho parlato prima non sono solo validi per il piede, ma si estendono a
tutto il corpo.
Un buon riflessologo, può scegliere di specializzarsi in una o più
tipologie di trattamento che interessano diverse parti del corpo così
come non è detto che in una normale seduta di riflessologia debbano
essere stimolati tutti i punti riflessi.
Così possiamo parlare di diverse riflessologie:
· Plantare o podalica (pianta del piede, parte superiore e laterali)
· Auricolare (padiglione interno dell’orecchio)
· Dorsale (schiena e fianchi)
· Palmare (palmo della mano e dorso)
· Facciale (volto e testa).
L’orecchio
“Il Dio che ascolta giunge a colui che lo invoca sontuoso
nell’aspetto e pieno di orecchie”. Così recita un inno ritrovato su una
stele egizia votiva datata tra il 1570 e il 1070 a.C.
L’ascolto è segnalato in ogni civiltà come un passaggio fondamentale
dallo stato di apatia e torpore a quello della conoscenza. È attraverso
l’ascolto attento dei segnali della natura che l’animale fugge o si
prepara a rispondere all’attacco del predatore. Allo stesso modo l’uomo,
attraverso il padiglione auricolare, coglie suoni e segnali che lo
aiutano a trovare la giusta direzione e orientarsi nelle scelte. Il
complesso labirinto dell’orecchio capta il suono attraverso il
padiglione auricolare che si presenta con la sua cartilagine come una
parte molto sensibile e delicata. Inevitabile pensare che come il
padiglione auricolare coglie tutti i suoni così le innervature ad esso
connesse li rimandino a organi e visceri prima ancora che gli stimoli
siano catalogati e riconosciuti dal cervello.
Lo psicanalista Teodor Reik nel suo “Listening with the third ear”
era convinto che l’intangibile potesse comunque essere udito soprattutto
grazie all’ “intuizione”. In questo potremmo anche aggiungere che
l’alchimia ha sempre inteso la meditazione come un colloquio intimo e
creativo in cui l’altro non è visibile, come un rapporto vivo in cui la
voce dell’altro risponde direttamente in noi. Le cose passano da uno
stato inconscio a uno consapevole attraverso il dialogo tra questi due
orecchi. Per questa ragione l’orecchio è importante non solo per
sentire, ma per ascoltare e donare emozioni agli organi direttamente
coinvolti e ad esso connessi.
Secondo il medico e auricoloterapeuta Osvaldo Sponzilli il lobo
rappresenta le nostre radici e in esso vi sono già le rappresentazioni
del tutto. Il lobo è quindi il centro di comando più importante capace
di influenzare il tutto. Così dal punto di vista riflessologico se il
padiglione auricolare manifesta lo stato dell’organismo così il lobo è
la regione riflessa del cervello: aspetto molto importante se si tiene
presente che la maggior parte dei disturbi procede dalla psiche al soma.
La mano
Le prime rappresentazioni artistiche realizzate dagli uomini
primitivi si presume siano state fatte appoggiando alla roccia le mani e
spruzzandovi sopra ocra rossa o cenere nera. In antropologia l’immagine
delle cinque dita aperte rappresenta la potenzialità espressiva della
coscienza umana. La mano è lo strumento creativo per eccellenza: con le
mani plasmiamo, scalpelliamo, tessiamo e forgiamo, utilizziamo strumenti
chirurgici salvando vite umane o più semplicemente battiamo su una
tastiera i nostri pensieri rendendoli storie o creando, se si tratta di
uno strumento musicale, melodie. Al contrario le potenzialità creative
della mano possono diventare distruttive: la mano può colpire, ferire,
impugnare armi. Alla mano sono collegati molti detti popolari per
esprimere concetti più ampi: avere le mani bucate, d’oro, legate, leste,
pesanti o leggere. Molta della nostra comunicazione passa attraverso
l’azione silenziosa della mano: gli innamorati la tengono stretta,
consoliamo una persona poggiandola la nostra mano sulla sua spalla,
rassicuriamo un bambino con una carezza, quando le alziamo ci arrendiamo
al nemico. L’uso del linguaggio della mano supera barriere di popoli,
razze, culture e nazioni con gesti che sono simili e che ci accompagnano
tutti.
Quando la mano è aperta dona, quando è chiusa diventa un pugno ci
espone a una minaccia e così, nello stesso modo, la mano filtra tutti i
nostri sentimenti e le nostre emozioni mostrandole all’altro o
nascondendole (è tipico di molti ordini religiosi nascondere le mani
sotto lo scapolare dell’abito quale segno di umiltà e sottomissione).
Per questa ragione in riflessologia la mano gioca per l’uomo un ruolo
importantissimo: se l’orecchio accoglie le emozioni, la mano le esprime.
Il dorso
Quando circa cinque milioni di anni fa gli uomini cominciarono a
camminare in posizione eretta si aprì la possibilità di utilizzare in
modo libero le braccia e le gambe. Questa fu una svolta radicale nella
storia dell’evoluzione dell’uomo. È fuori di dubbio che la colonna
vertebrale sia fondamentale per i nostri movimenti e per la nostra
stazione eretta: la postura che assumiamo nelle diverse situazioni
esprime non solo il senso di stabilità, ma anche il nostro stato di
salute e di benessere. Chi è depresso si curva su se stesso; chi al
contrario è sicuro di sé, avanza diritto e prestante. Viene anche
definita spina dorsale. Il termine deriva dal mondo botanico. Per i
Tantristi indù la spina dorsale è fulcro della meditazione: in essa
risiedono tre nervi entro i quali scorre il soffio vitale. Questo
argomento interessò anche Carl Gustav Jung che lo definì “la
localizzazione anatomica che coincide coi centri subcorticali, il
cervelletto e il midollo spinale”. In molti archetipi la spina dorsale o
la colonna vertebrale rappresentano l’unione simbolica tra ciò che è in
basso e ciò che sta in alto, tra il cielo e la terra.
Il legame vitale che connette le singole vertebre rappresenta insomma
non solo la fluidità dello scorrere della vita, ma ne diviene il legame
stesso, conferendo stabilità alla psiche, donando personalità, da cui
il detto avere “spina dorsale”, inteso come forza e grandezza d’animo in
grado di sostenere una vita autentica.
L’immagine che ne danno i cinesi è ancora più artistica: “la collana
di perle” quasi a mostrarci come la bellezza esteriore di un simile
manufatto sia insita in noi tanto da renderci altrettanto belli, unici e
preziosi.
Per questo si ritiene in riflessologia che le fasce metameriche
rappresentino la lettura completa dello stato emozionale della persona e
che gli “interruttori” per sbloccare le energie risiedano proprio lungo
la spina e lungo i metameri.
Il viso e la testa
La parte del corpo che ci sovrasta e racchiude difendendolo il nostro
cervello, ha interessato da sempre tutte le culture in modi e forme
differenti. Presso molti popoli, ancora oggi, è considerato un potente
talismano conservare le teste dei nemici, in altri offrirle come segno
di devozione. In molte culture coprire il capo significa nascondere
l’anima che in esso è racchiusa o creare mistero intorno alla bellezza
che è rappresentata dai lineamenti del volto. In molti riti religiosi
(anche occidentali) la maggior parte delle benedizioni avviene con
l’imposizione delle mani sul capo. Il valore di qualsiasi organizzazione
dipende dal “capo” e anche un semplice discorso deve avere “capo e
coda”. Se la spina dorsale sostiene il sistema elevandolo o
abbassandolo, le mani ne propagano le azioni e i piedi ne dirigono la
direzione, il capo ne è il punto nevralgico. Massaggiare il capo e
soprattutto il viso significa toccare il punto più vicino al centro di
controllo del sistema nervoso. Se per molte culture la dimora del
pensiero e delle azioni era il cuore, il petto o il fegato, soprattutto
in Occidente il cervello è visto come un alambicco nel quale nascono
idee e stimoli atte a creare azioni. Per i religiosi è la sede della
coscienza e come tale di controllo del corpo e anche dello spirito.
Testa e volto vanno sempre protetti: dal sole, dalla pioggia, dal
freddo, ma anche dalle cadute di oggetti o dalla schegge di una granata
perché per quanto ben protetto il nostro cervello va difeso in ogni
modo. In molte tradizioni Orientali è proibito toccare la testa proprio
per questo motivo.
Attraverso la testa, soprattutto il viso orientiamo ed estrinsechiamo
emozioni e sentimenti, ma anche esprimiamo il nostro modo di essere. Il
tocco sui punti riflessi incide direttamente su ciò che vogliamo
rappresentare, sulla nostra maschera e sul nostro apparire verso
l’esterno. La digitopressione quindi assume il significato di rafforzare
ciò che mostriamo o di energizzare ciò che vorremmo diventare e
mostrare agli altri.
Il piede
Il piede è il legame con il presente più stretto e immediato che ci
ricorda che siamo fatti di terra, camminiamo sulla terra, alla terra
torneremo. Prima ancora che il cervello immagazzini il senso del
pericolo, il piede è già in movimento per la fuga. Sul piede si è detto
moltissimo. Va da sé che il piede ci dirige verso i nostri obiettivi.
Molti riflessologi sono convinti che per questa ragione sia possibile
dall’anamnesi del piede, prevedere l’arrivo di malesseri e malattie con
un larghissimo anticipo. Se così fosse dovremmo veramente baciare i
nostri piedi e soprattutto dove si posano perché saprebbero indicarci
sempre cosa stiamo diventando. Infatti in alcune scuole di riflessologia
si ritiene che il piede sia fondamentale per dare il senso di marcia
alla salute e al benessere della persona. Il percorso energetico si
sviluppa proprio dai punti riflessi sulla pianta del piede creando
interazione con visceri e organi. È come se dalla terra da cui
proveniamo le energie debbano salire dal piede, attraverso tutto il
corpo per elevarsi ed elevarci verso il cielo. Pe questa ragione il
piede ritma le danze gioiose, accompagna il passo lento delle decisioni
da prendere, diviene spedito quando l’obiettivo è chiaro e cadenzato
quando deve incutere disciplina o rispetto nel cammino silenzioso che ci
porta verso l’ignoto nell’ultimo viaggio.
Il riflessologo
Il riflessologo esperto che utilizza i punti su tutto il corpo deve
sempre saper fare delle scelte in base alle esigenze dell’assistito;
ecco perché le sessioni non sono mai una eguale all’altra.
Conoscere tutta la mappa riflessologica del corpo umano richiede
molti anni di esperienza, continuo aggiornamento e grande dedizione, ma
soprattutto l’umiltà del ritenersi solo uno strumento proprio come l’ago
che nelle mani dell’agopuntore punge divenendo una “antenna” che capta
energie dal cosmo irradiandole nel corpo e ripristinandone il flusso
originario naturale.
Per questa ragione e per dare serietà alla pratica riflessologica
molte scuole preparano i propri operatori non solo sotto il profilo
tecnico, ma anche deontologico, tramite l’iscrizione in appositi
registri e richiedendo un aggiornamento continuo
Ogni buon riflessologo è chiamato al rispetto dei propri assistiti,
si attiene agli insegnamenti e avvia sperimentazioni solo in accordo coi
propri maestri o con colleghi più esperti. Poiché è convinto di fare
parte di un cosmo e di creare interrelazione tra questo, se stesso e il
proprio assistito cura molto il suo stato fisico e psichico sottoponendo
prima di tutto se stesso alla pratica riflessologica e magari ad altre
pratiche energetiche interne come ad esempio il Qi Gong. Si possono
trattare i propri assistiti solo quando si ha una buona forma e
soprattutto una grande disponibilità all’ascolto. Inoltre, cosa molto
importante, ogni buon riflessologo non deve considerare il proprio
operato come il miglior rimedio in assoluto per tutti i mali del mondo,
ma deve saper lavorare in team considerando prima di tutto il benessere
del suo assistito. Non da ultimo, e parlo anche per esperienza
personale, deve sapersi interfacciare con professionisti della salute
che ritengono che il processo di autoguarigione stimolato dalla
riflessologia sia uno strumento importante per ottimizzare le risposte
farmacologiche o allopatiche in genere.
Riflessologia e stagioni
Ogni sessione di riflessologia è diversa dall’altra perché non solo
cambiano le esigenze dell’assistito, a causa del variare delle sue
emozioni, ma anche perché bisogna tener conto delle variabili date dalle
diverse stagioni. Le scuole più tradizionali consigliano di lavorare
molto considerando le stagionalità indicate della medicina tradizionale
cinese. Quindi il breve schema precedentemente esposto può completarsi
in questo modo:
tristezza: polmoni e grande intestino, autunno
gioia: cuore e piccolo intestino, estate
rabbia: fegato e vescica biliare, primavera
riflessione: milza, pancreas, stomaco, “quinta stagione” (fine estate)
paura: reni e vescica, inverno
Riflessologia: cura dei mali?
Molte scuole lo sostengono. Alcune addirittura pensano che la
riflessologia possa curare tutto. Personalmente ho sempre creduto e
credo nelle integrazioni e ritengo che la pratica riflessologica possa
aiutare la persona in molti momenti della sua vita soprattutto a livello
energetico.
In fase preventiva: la continuità delle sedute aiuta la persona a
stabilire equilibri psicofisici e quindi a costruire un piano educativo
atto a conoscere sempre più se stessi, a investire del tempo per il
proprio benessere, a ricercare il senso del piacere non come valore
momentaneo, ma assoluto, fatto della costruzione di molti aspetti in uno
scambio continuo tra mente-corpo e anima. Il tatto del riflessologo
aiuta la persona a conoscere, apprezzare, migliorare gli aspetti
corporei personali in relazione a una maggiore definizione di se stessi,
a creare uno stato atto ad affrontare le difficoltà della vita con
maggiore consapevolezza.
In fase curativa: anche se per molti la riflessologia è un metodo
terapeutico vero e proprio io ritengo che aiuti a ritrovare armonia. Una
persona malata può con la riflessologia essere aiutata nella
stimolazione di un naturale processo di trasformazione e crescita delle
proprie risorse energetiche. In tal senso può benissimo affiancare la
medicina allopatica e le cure naturopatiche così come non si sostituisce
all’intervento d’altri professionisti quali fisioterapisti, osteopati,
massaggiatori.
In fase post curativa: in questo caso è bene pensare al
ri-energizzare, quindi a creare stimoli continui dove la persona possa
vedere e sentire, passo dopo passo, i miglioramenti che acquisisce o
aumentare la consapevolizzare dello stato di mantenimento come presa di
coscienza. Come in tutti i processi olistici è fondamentale il dialogo
aiutando la persona a ritrovare stili di vita più consoni al proprio
stato di salute psicofisico e finalizzando la propria ricerca al proprio
benessere.
Paolo G. Bianchi*
Nel prossimi numeri:
“Riflessologia ed emozioni: primavera e l’emozione rabbia”.
“Riflessologia ed emozioni: estate e quinta stagione – le emozioni gioia e riflessione”.
“Riflessologia ed emozioni: autunno e l’emozione tristezza”.
“Riflessologia ed emozioni: inverno e l’emozione paura”.
Bibliografia
AAVV, “Il libro dei simboli riflessioni sulle immagini archetipe”, Taschen Ed. 2013
AAVV, “La riflessologia origini benefici terapia del piede e della mano” Gaia Ed. 2011
Ming Wong, Alessandro Conte, “On Zon Su, il massaggio del piede per la salute”, Mediterranea Ed 2009
Michel Odul, “Dimmi dove ti fa male: elementi di psicoenergetica”, Punto d’incontro Ed. 2013
Ming Wong, Alessandro Conte, “Le mappe segrete dell’ On Zon Su,
applicazione dei massaggi antichi alla riflessologia del piede”
Mediterranee Ed 2012
Osvaldo Sponzilli, “Auricoloterapia” Tecniche Nuove Ed. 2013
Patrizia Sanvitale, “La mano che cura”, Marsilio Ed. 2011
Alejandro Lorente, “Digitopressione” Armenia Ed. 2009
George Stefan Georgieff, “Il massaggio coreano della mano”, Macro Ed. 2012
Claudio Santoro, “Riflessologia plantare”, Macro Ed. 2012
Gabriella Artioli, “Manuale di riflessologia plantare”, Xenia Ed. 2008
AAVV, “Enciclopedia del massaggio”, Giunti Ed. 2005
Giovanni Leanti La Rosa, “Messaggeri della salute”, Il segno dei Gabrielli Ed. 2005
Marco Lorusso, “Riflessologia plantare”, Macro Ed. 2007
Chen You Wa, “Digitopressione”, Tecniche Nuove Ed. 2013
Dwight C. Byers, “La riflessologia del piede”, Mediterranee Ed. 2012
Iona Masaa Teeguarden, “Guida completa alla digitopressione Jin Shin Do”, Mediterranee Ed. 2013
Huang Ti Nei Ching Su Wen, “Testo clessico di medicina interna dell’imperatore giallo”, Mediterranee Ed. 2012
Theodor Reik. “Il rito religioso. Studi psicoanalitici” (1946). Trad. it.: Bollati Boringhieri Ed. 1977.
Duccio Sacchi. “Theodor Reik e il «terzo orecchio». Un’introduzione all’ascolto psicoanalitico”. Centro Scientifico Ed. 2010.
* counselor, counselor olistico
esperto in processi formativi esperienziali e discipline bionaturali
Registro Professionale Counselor S.I.A.F. n. LO 057 P –CG
Associazione Professionale Operatori Discipline Bionaturali cod. AP1831
Registro Nazionale Operatori Discipline Bionaturali A.P.O.di.B – Reflessologia
Registro Nazionale Operatori Discipline Bionaturali A.P.O.di.B – Naturopatia: Floriterapia
Registro Nazionale Operatori Discipline Bionaturali A.P.O.di.B – Insegnanti Discipline Bionaturali
Referente territoriale Centro Studi Schola Medica Salernitana
Professionista disciplinato ai sensi della Legge 4/2013